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Paolo Fosso in scena per Milano Monologhi d’Autore. Amore motore del mondo: ora più che mai.

ASG Produzioni, in collaborazione con ACT Agency Milano partner di comunicazione, nella direzione artistica di Paolo Cacciato, presenta in Corte dei Miracoli una mini rassegna di tre domeniche (11 ottobre, 15 novembre, e 13 dicembre) incentrata sul monologo d’autore, con prima data “Quasi una canzone d’amore” di Paolo Fosso.

Un percorso che porta l’autore / attore al centro di una particolarissima attenzione tesa a valorizzare il merito di artisti che doppiamente convergono impegno in sceneggiatura e interpretazione performativa.

La rassegna introduce il progetto Milano Monologhi d’Autore quale piattaforma di creazione e presentazione di contenuti di impianto monologhista sostenuti da ASGProduzioni attualmente impegnata in un attento lavoro di selezione e distribuzione di tali progetti.

Paolo Fosso nasce a Rieti nel 1965. Attore affermato di cinema, televisione e teatro, è anche autore e sceneggiatore. 

In questa intervista ci racconta del suo spettacolo, del suo affetto per Milano e del suo amore per il teatro. 

Com’è nato questo spettacolo?

Questo spettacolo è nato perché volevo raccontare di come l’Amore sia il motore del Mondo, sia nella sua componente spirituale e romantica, sia nella sua componente erotica, sensuale, di passione. In entrambe le forme è quello che ispira gli artisti e che spinge uomini e donne a compiere grandi e piccole imprese. Ed è così da secoli, forse da che esiste l’umanità. Ma se i sentimenti e le passioni di uomini e donne rimangono gli stessi pur attraverso i secoli, ogni epoca ha voluto declinare l’amore a propria immagine. Così, ogni due o tre generazioni la componente romantica e la componente sensuale dell’amore si sono avvicinate fino a fondersi oppure si sono allontanate quasi respingendosi. Nell’Ottocento prevaleva l’aspetto romantico, ma nel 700 chi si innamorava era un cafone. Ecco: volevo raccontare anche queste differenze di sensibilità nei confronti del sentimento più bello e raccontarlo attraverso le parole dei poeti e le vicende di grandi personaggi del passato. Evocando ambienti, modi di vivere e personaggi storici.

È contento di portarlo a Milano?

Sono addirittura felicissimo! Amo profondamente Milano, fin da ragazzo. A questa città mi legano molti ricordi familiari, umani e professionali, di persone care ed eventi indimenticabili. A Milano, poi, studiano e vivono le mie figlie. Ma soprattutto amo la cultura che Milano ha sempre saputo esprimere, in termini di Arte, Poesia, scrittura, musica e Teatro, politica, giornalismo. Penso a Beccaria e Pietro Verri, a Parini e Carlo Porta, certo, ma anche a Visconti a Toscanini, ai tanti scrittori, musicisti, che qui sono stati accolti e onorati. E poi Paolo Grassi, Strehler… impossibile elencarli tutti. La Milano dell’economia non deve farci dimenticare che Milano è una città di cultura prima di tutto. In particolare poi, sono contento di venire a Milano con questo spettacolo perché questo contiene un omaggio proprio a questa città. Il momento forse più divertente si svolge nel salotto della Contessa Clara Maffei e vede protagonista forse il Milanese più Grande di tutti, gli altri non me ne vogliano: il Gran Lombardo, qui visto in un episodio in cui lo vediamo in una veste inusuale. Serve che ne dica il nome?

Come mai il titolo “Quasi una canzone d’Amore”? Perché il “quasi”?

“Quasi” perché tutto è visto e raccontato attraverso un velo di ironia. Una canzone d’amore, sia esso spirituale o erotico, non è mai ironica: ci si crede fino in fondo. Quando si è innamorati o presi dalla passione, tutto ci sembra terribilmente serio.

Com’è tornare a fare teatro dopo il lockdown?

Bello e difficile allo stesso tempo. Bello, perché finalmente si riprende a raccontare davanti a un pubblico che reagisce e che regala la sua attenzione e la sua partecipazione emotiva – e il Teatro, si sa, è fatto di respiri che vanno all’unisono: quello di chi recita e quello di chi assiste. Difficile perché le regole di distanziamento rendono rarefatta quella meravigliosa sensazione di vicinanza e addirittura di contatto fra pubblico e attori che si avverte quando si è in scena. Ma la difficoltà passerà e intanto ci aiuta a ricordare come essere in scena è un privilegio che si vive ad ogni singola replica.

Mi parli del suo impegno come monologhista

Io ritengo che il monologo sia un genere teatrale dotato di dignità propria, sia come flusso di coscienza, sia nella forma di Racconto Teatrale. Il monologo non è assolutamente un ripiego. Non si scrive e interpreta un monologo solo per motivi contingenti: costi, Covid, ecc. Quando lo si fa, è perché si sceglie la forma teatrale più adatta a raccontare quello che si ha in mente. Io sono stato allievo di Gigi Proietti e successivamente ho studiato molto il Teatro di Dario Fo. Entrambi hanno praticato il genere monologo portandolo a vette altissime. Non parliamo certo di forme di teatro “minore”, perché bisogna intendersi, il monologo non è solo un tizio che parla: è la capacità di evocare atmosfere e individui raccontando storie anche molto complesse, narrate con una drammaturgia ben strutturata a livello di racconto. Adoro fare “i Ruoli”, cioè interpretare un personaggio all’interno di spettacoli con altri attori. Ma ci sono storie che nascono per essere raccontate “per voce sola”. L’attore è uno, ma i personaggi possono essere infiniti e non parlo di caratterizzazioni, ma del racconto di individui fatti di umanità, passioni e sentimenti. Inoltre, quando reciti un monologo, hai il grande privilegio di interpretare ruoli di uomini più giovani, di donne, di ragazzi. Personaggi che non potresti mai interpretare in una distribuzione di ruoli “normale” perché distanti da Te per sesso, fisico ed età. Ho scritto anche commedie con più personaggi, di cui una (“Prima Se il Buio”) diventata un film (“Il disordine del Cuore”, regia di Edoardo Margheriti). Ma la forma monologo mi ha permesso una libertà narrativa più completa. “Quasi una canzone d’Amore” è stato messo in scena anche in forma di spettacolo a più voci, insieme alla bravissima Laura Lattuada, accompagnati dal canto della Soprano Lucia Casagrande Raffi, dalla musica dell’orchestra dell’A.R.Te.M., dal pianoforte del Maestro Alessandro Nisio. Oggi, a Milano ritorna nella sua versione “unplugged”, acustica. Come una canzone appunto. Al Maestro Alessandro Nisio, che non è più tra noi, ma è sempre con me, la dedico.

Perché è importante avere una rassegna sui monologhi d’autore?

È importantissimo, perché permette di dare spazio ad un genere teatrale ben preciso, restituendogli dignità di drammaturgia e di prova d’attore. Una rassegna così concepita può essere una palestra per molti giovani autori e attori, che oggi più che mai debbono essere sostenuti. C’è bisogno di luoghi, fisici e ideali dove la creatività possa liberarsi in assoluta libertà espressiva. Quale modo migliore di una rassegna come questa?

Cosa pensa che potrà trarre il pubblico da questo spettacolo? Quale messaggio vuole mandare?

“Messaggio” è una parola molto impegnativa, per quello che vuole essere uno spettacolo leggero. Mi piacerebbe però che si cogliesse come l’Uomo e la Donna, in fondo, sono gli stessi in ogni epoca nei loro sentimenti e le loro passioni, con il gioco della seduzione sempre attuale. Mi piacerebbe che i poeti e i personaggi richiamati nel testo scendessero dal piedistallo in cui la Storia li ha collocati e ci apparissero come persone uguali a noi, con le nostre stesse  debolezze e le nostre inclinazioni. Vorrei far sentire vicine a noi epoche considerate lontane, ma soprattutto vorrei dire: dobbiamo amare perché si è sempre amato e sempre si amerà. E grazie al nostro desiderio, il mondo continuerà a muoversi e a produrre bellezza.

Rinnoviamo l’appuntamento per la prima di tre serate, domenica 11 ottobre dalle 19:30 in doppio spettacolo serale alla Corte dei Miracoli. 

Per prenotazioni lataiga@latigradicarta.it – 3477768095

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